Anomalo, vendicativo, d'alta quota: Andrea Genari Daneri ci parla del suo libro Mangart

E’ difficile che qualche arrampicatore non conosca Andrea Gennari Daneri: ideatore e responsabile dal 1996 del magazine di arrampicata Pareti, autore del libro sull’allenamento per l’arrampicata Train e, ovviamente, storico climber del panorama nazionale, è anche autore del romanzo Mangart. Un libro che parla di alpinismo ed arrampicata ovviamente, ma che va oltre alla monografia di un climber di alto livello o di un romanzo ambientato in alta quota. Come possiamo riassumere e descrivere Mangart? Ne parliamo direttamente con Andrea!

 

 

Ciao Andrea, siamo onorati di ospitarti sul nostro blog. Come ci si sente ad essere dall’altra parte, e cioè non l’intervistatore, ma l’intervistato?

 

Grazie a Voi per l’invito; non mi succede spesso d’essere chiamato dall’altra parte del microfono; soprattutto mi tengono lontano dalle serate in cui premiano gli alpinisti-imprenditori con l’ufficio stampa, cioè quasi tutte le serate. Hanno paura che, in mezzo alla messinscena, io chieda quando arrivano gli alpinisti forti davvero…

 

 

 

Pareti si occupa di arrampicata, alpinismo, vita all’aria aperta: come hai vissuto gli scorsi mesi in cui tutto è rimasto bloccato e non era possibile fare altro che un po’ di trave in casa? 

 

Male. L’ho vissuta male. Pur potendoci muovere in tutta Italia con il codice Ateco per la stampa, siamo rimasti a casa per rispetto nei confronti del resto della comunità verticale. Siamo stati molto bene in famiglia: mia moglie fa sia l’8a che eccellenti piatti fusion, ma la stagione del baseball professionistico, di cui sono grande fan, era chiusa per covid, e occupare le ore con Netflix alla lunga è insostenibile. Non è #andatotuttobene, l’Italia si è dimostrata una nazione sussidio-dipendente e le nuove generazioni, cresciute a carezze e nutella già spalmata nel piatto, hanno vissuto la pandemia come un “gomblotto” inventato dalle oscure forze antidivertimento. Non sono allegro a pensare che saranno loro a dover pagare la mia pensione.

 

 

Passiamo a presentare Mangart: thriller d’alta quota è la definizione corretta? Come è nata l’idea di questo romanzo? 

 

Il primo trucco di una buona storia, e in special modo di una buona storia scritta, sta nel seguire i versi di una vecchia canzone dei Negrita: “Mi piace scivolarvi fuori da ogni calcolo, per riportarmi in riga servirà un miracolo”. Insomma devi portare il lettore fuori dalle rotte convenzionali. In questo caso in montagna, in inverno, con personaggi strani ma credibili, che finiscono per caso in una vicenda più grande di loro. Per cui non so davvero attribuire una categoria a Mangart, ma certamente non è un romanzo d’amore. L’amore c’entra, così come c’entrano la guerra di Bosnia, Ustica, l’alpinismo, l’autismo e le questioni di principio come la vendetta a freddo. E’ il mix che conta, e che permette di scivolare fuori da calcoli che il lettore inevitabilmente fa mentre segue la storia. Tanto da avere due finali, non il mono-finale che si trova di solito nelle ultime cinque pagine dei gialli inquadrati nel genere omonimo.

 

 

Raccontaci qualcosa dell’alpinista protagonista del libro, un personaggio in cui molti di noi possono immedesimarsi!

 

Anche in questo Mangart è anomalo. Più di un lettore mi ha detto di aver individuato, nelle prime 50-60 pagine, un personaggio “eroe”, cioè colui che sarebbe in qualche modo arrivato fino all’ultima pagina. Per poi magari finire spiazzato quando ha capito d’aver “tifato” per la persona sbagliata. I lettori climbers si sono spesso immedesimati in Flavio Ferrari, impegnato ad aprire una via nuova sul Mangart. Altri lettori hanno scelto Max il pilota, altri Aldo il meccanico.  Il fatto è che, come ho fatto scrivere sulle locandine della promo, “non ci sono buoni o cattivi, solo gente che si muove per questioni di principio, come si faceva, forse, una volta”.

 

In ognuno dei personaggi c’è intelligenza, cattive intenzioni, paura, sogni e pure la tristezza di fondo del Generale Giuliani, costretto a passare troppo tempo a fare una cosa per il resto del mondo piacevole, cioè misurare i culi delle thailandesi. In ognuno dei personaggi c’è un pezzo di me, presente o passato: c’è l’alpinista un po’ autistico, l’apprezzatore della bellezza femminile, quello a cui piace trovare la verità nascosta, il blue collar in cerca di un posto al sole nel mondo.

 

 

Domanda da noi che non sapremmo da che parte iniziare se volessimo scrivere un libro: quanto tempo è passato da quando hai deciso di dedicarti a questa avventura a quando hai tenuto la prima copia tra le mani?

 

La scrittura non è democratica. Purtroppo e per fortuna segue le leggi dell’arte o dello sport. Se non hai il manico, il talento, puoi allenarti alla morte o, in questo caso, seguire tutte le lezioni di scrittura creativa che vuoi e non produrrai comunque altro che un libro in qualche modo fallimentare. Io ho la metrica in testa, perché la metrica è la seconda cosa che conta in un romanzo dopo la storia. Se il testo esce come uno spartito musicale, allora la storia funziona e tutto si sviluppa come un film nella testa del lettore, altrimenti picche. Mangart è stato scritto di notte, dall’una alle tre del mattino; le occhiaie non andranno più via, ma ne è valsa la pena; in fondo volevo dimostrare a me stesso di essere davvero capace di fare una cosa che, prima, presumevo solo di saper fare. E’ stato scritto in tre mesi, ma senza il finale. Ha riposato in un cassetto per sette-otto anni, e poi è stato riscritto completamente in altri sei mesi, senza rileggere la prima stesura, per far fluire la storia senza i condizionamenti delle vecchie idee.

 

 

 

Hai ricevuto moltissimi riconoscimenti come il Premio Leggimontagna 2012 e il premio ITAS del Libro della Montagna 2013 ed è in vendita con successo dal 2012: l’attività di promozione fa parte di un processo naturale quando si scrive un libro o è molto “demanding”, come dicono gli inglesi?

 

L’attività di promozione non è solo “demanding”, è proprio una cosa che non ho nel carattere. Non sono uno stringitore di mani né un cercatore di occasioni e non lo dico con disprezzo, vorrei essere fatto diversamente, vorrei essere capace di autopromuovere me e quello che faccio, vorrei essere più aperto nei confronti delle persone e dei meccanismi del mercato; ma sono proprio negato per questa cosa. Il successo di Mangart è davvero avvenuto “malgrado” il suo autore. Se fossi più capace e pervicace nel promuoverlo farebbe numeri ben maggiori, perché la storia è bella e funziona, ma alzo le braccia e mi inchino di fronte ai miei limiti.

 

 

Anche Train ha sempre un riscontro molto positivo, tanto che è giunto alla sua terza ristampa: su quali aspetti hai aggiornato l’ultima edizione?

 

Train è una bella intuizione che ho avuto tanti anni fa, primo in Italia. Nella prima edizione c’era il mio testo e un mix di tabelle di allenamento mie e di Christian Core. Poi il libro si è evoluto e nella corrente versione ci sono molte più tabelle e interi capitoli nuovi, come quello dedicato alla forza variabile, di cui sono stato il primo nel mondo a scrivere nel campo dell’arrampicata.

 

 

I tuoi prossimi progetti come arrampicatore e come scrittore?

 

La mia scalata è diventata esclusivamente familiare, nel senso che scalo con mia moglie e con Seba, che ho fatto iniziare quando aveva tre anni e adesso che ne ha 13 si diverte sia quando siamo in falesia sia quando viene con noi ad aprire le vie in montagna. L’aperture delle vie nuove in montagna in “cowboy style” è il mio target, insieme alla scalata in posti strani, come abbiamo già fatto in Mongolia, Namibia, Perù, Israele, Tunisia eccetera.. Quest’ultimo, adesso col covid, sembra però più un sogno che un progetto. Per la scrittura chissà, in futuro: io scrivo in continuazione per la rivista, ma non ce la faccio più ad andare avanti nel cuore della notte. Per fare un buon libro devi stare per mesi sul pezzo e adesso, con la rivista e due centri sportivi cui badare, è impensabile anche solo mettere in piedi il sequel di Mangart, sequel che si intuisce possibile nell’ultimo capitolo. La storia in testa ci sarebbe, la penna pure, il tempo no.

 

CHF