Arrampicata: guida empirica per alzare il grado

Chiunque si sia affacciato nel prodigioso mondo dell’arrampicata avrà sperimentato come il nostro miglioramento non sia un percorso pianeggiante e ben delimitato da paletti a scritte fluorescenti, ma di come assomigli piuttosto ad un peregrinare incerto e accidentato. Ci incagliamo in fasi che potremmo definire di stallo, più romanticamente dette “periodi di plateau”, che tendiamo ad interpretare con disfattismo ed amarezza come “il raggiungimento del nostro limite”.

 

 

Poi succede il miracolo. Riesci ad aggiungere il fatidico “+” al tuo grado standard, a scavallare di lettera, ad ottenere quella grande soddisfazione che fa riaccendere la miccia del “da domani dieta, scheda, allenamento, serietà, mi licenzio e giro il mondo arrampicando”.

 

 

Cercando di dare una struttura solida a tutti gli eventi apparentemente casuali che hanno fatto sì che quel giorno tutto filasse nel migliore dei modi, provi così a creare una rete sistematica di rituali per continuare a inseguire la buena onda ed arrivare a salire Action Directe in meno di cento giorni.

 

 

Dalla nostra esperienza sul campo abbiamo pensato di elencare qualcuno dei nostri valorosi consigli senza andare a scomodare – contrariamente alle nostre abitudini – manuali di allenamento, fonti americane o tesi di laurea di alcun tipo. In questo post troverai solo teorie empiriche, neanche lontanamente supportate da tesi di laurea, studi a campione o prove concrete, ma che possono darti lo stimolo giusto per crederci ancora.

 

 

Non cadere anche tu nella Shiny Object Syndrome

 

La maggior parte dei consigli della nostra guida sono dei “non consigli”: siccome andare diretti al punto sul cosa sarebbe meglio fare sarebbe un azzardo, iniziamo a sfoltire un po’ quelle “cattive abitudini” che ci fanno restare ingarbugliati nel pantano del nostro ”grado lavorato”. Quando non troviamo quella via che per noi rappresenta il sogno assoluto, spesso saltelliamo di progetto in progetto, inseguendo più che altro i traguardi degli altri che portano con sé un unico valore: se l’ha fatto qualcun altro, può essere di buon auspicio anche per noi. Il problema è che disperdiamo tantissime energie nel tentativo di trovare la nostra soddisfazione in qualcosa che non ci smuove veramente a fondo. Per onor di cronaca, la Shiny Object Syndrome ci succede ogni volta che – nella vita quotidiana – passiamo da un progetto o da un obiettivo all’altro inseguendo quello che sul momento attirano fugacemente la nostra attenzione.

 

 

Cerca una motivazione intrinseca

 

Ci agganciamo al punto precedente per parlare di un aspetto strettamente connesso al concetto di “motore” che ci permette di fare quel salto in più: la motivazione. Anche Alessandro Jolly Lamberti nel suo libro Run Out parla in varie riprese del concetto di motivazione, una spinta essenziale ma che da sola non basta a farci arrivare “un po’ più su”. Un conto è infatti la motivazione estrinseca: riuscire a fare una via per la gloria ed il consenso che possiamo ottenere dal nostro entourage di amici ed arrampicatori, un po’ come il raggiungimento di uno status riservato a pochi eletti. Un conto è una motivazione intrinseca che trova il suo punto di partenza in una motivazione personale (difficile fare degli esempi, considerata l’individualità di questo aspetto), una motivazione che porterà a cambiare un po’ anche noi stessi in vista di quell’obiettivo su cu nessuno potrà mai interferire.

 

 

Instaura delle routine piacevoli

 

Di solito noi arrampicatori abbiamo un debole per la fatica gratuita, per quel senso di spossatezza che ti attanaglia dopo una lunga serata in palestra, o dopo un’estenuante giornata sulla roccia passata a provare tutto il provabile fino all’ultimo raggio di sole. Detto questo, quando pensiamo a settare un allenamento che ci porti un miglioramento fisico in vista della nostra via dei sogni, non possiamo permetterci di creare un piano che sia per noi noioso o poco stimolante o talmente pesante da sfinirci. Il rischio è di abbandonare la nostra pianificazione molto in fretta, facendoci “abbindolare” dalla prima scusa che ci passa a portata di mano. È molto più efficace invece inanellare una serie di abitudini che ci portino a non vedere l’ora di andare in palestra: non per nulla scontato può essere il supporto di un compagno di allenamento, la scelta di una playlist che ci carichi a dovere o un piccolo obiettivo per ogni seduta che sia raggiungibile e misurabile.

 

 

Photo credits: Devon Dennis from Unsplash

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