La paura in arrampicata è più di un'emozione legata alla possibilità di cadere, è un modo di reagire alla realtà che adottiamo in ambito sportivo così come nella vita. Può rappresentare il motore che ci fa fare quel qualcosa in più, ma può anche bloccarci completamente mandandoci in uno stato di ansia. Guido D'Acuti, psicologo e psicoterapeuta, scrittore di un blog interessantissimo dove affronta anche tematiche legate alla psicologia dello sport, ci spiega come poter trasformare la paura in coraggio.
Buongiorno Guido! E' un piacere ospitarti nel nostro blog per affrontare un argomento vastissimo e affascinante: la psicologia dello sport legata all'arrampicata!
Innanzitutto grazie a voi per avermi dato l'opportunità di diffondere alcuni concetti e idee che, dal mio punto di vista, possono fare veramente la differenza nel caso di una performance sportiva, non solo per i professionisti ma anche per il mondo amatoriale.
Entriamo subito nel vivo: nel post sel tuo blog legato agli aspetti mentali dell'arrampicata introduci l'argomento parlando di "stato emotivo" e consapevolezza: a cosa ti riferisci esattamente?
La consapevolezza è un concetto che spesso non è molto chiaro, per questo motivo credo che approfondire come funzioni possa essere d'aiuto a molte persone.
Quando parlo di consapevolezza mi riferisco soprattutto alle modalità con le quali percepiamo e di conseguenza reagiamo di fronte alla realtà. Se sono tendenzialmente una persona insicura, difficilmente riuscirò ad affrontare la realtà e le cose che mi capitano con sicurezza ed equilibrio. Il "filtro" con il quale percepisco la realtà sarà sempre quello dell'insicurezza, della preoccupazione, e reagirò di conseguenza con un comportamento che tenderà a tutelare questa mia paura. Quando ci troviamo in parete non facciamo altro che esprimere le nostre modalità di percezione e reazione della realtà.
Ti va di farci qualche esempio?
Provo a mettermi in gioco per spiegarmi meglio. Tendenzialmente sono una persona sufficientemente sicura di sé, solitamente ho chiari i miei limiti e le mie risorse, e quindi cerco di affrontare ogni situazione tenendo presente questi aspetti. La stessa cosa avviene quando mi trovo in parete: cerco sempre di lavorare sul mio limite, senza però dimenticare quali sono le mie risorse. Mi spingo un pochino oltre, con la consapevolezza che non posso sperare di scalare un grado che non mi compete.
Spero di avere reso l'idea, ma per essere più chiaro, vedo la parete d'arrampicata come uno specchio che ci mostra chi siamo realmente, o meglio qualisono le modalità con le quali percepiamo la realtà e tendenzialmente vi reagiamo.
Se invece vivo un'emozione di paura di fronte al limite che la scalata ci impone, rischio di essere travolto dall'ansia. Ma se riesco ad attivare un percorso di "consapevolezza" posso riuscire ad invertire questo meccanismo. Conoscendo in maniera approfondita le mie modalità percettive e reattive, posso anche essere in grado di affrontare le mie paure, in modo tale da affrontare la parete di roccia senza soccombere ai sintomi dell’apprensione. Di solito dico che la paura affrontata diventa coraggio, lo ribadisco anche oggi, perchè è l'unico modo per trasformare i propri limiti in risorse.
Infatti spesso quando parliamo di aspetti mentali dell'arrampicata ci riferiamo soprattutto ad altissimi livelli di paura che in alcuni casi possono portare a bloccarci nel punto esatto in cui ci troviamo: cosa ci puoi dire in merito?
Mi occupo di paura patologica da circa 10 anni: l'altissimo livello di paura di cui parli è una sensazione di paura di morire o di perdere il controllo. Potremmo rimanere qui per ore a parlare del "volare" in arrampicata. Ho amici che per paura di cadere non riescono a fare progressi. Una paura irrazionale, perchè per quanto possa essere pericoloso, se utilizziamo correttamente l’attrezzatura adeguata, il rischio è ridotto al minimo. Eppure l’altezza e la caduta, l’attimo in cui si perde la percezione del controllo e della solidità della roccia, la sensazione del vuoto cui non siamo abituati, sono emozioni che, come dici tu, possono bloccare e terrorizzare chiunque.
Esiste un Vademecum da interiorizzare per superare questo momento di emergenza (e di dispendio energetico elevatissimo) molto forte?
Consigliare un "vademecum" non è semplice, in quanto ognuno di noi interiorizza e reagisce alla paura in maniera diversa, tuttavia gli spunti che vorrei offrirti sono i seguenti. In primo luogo è importante capire se è il pensiero oppure la sensazione di paura a determinare il blocco. Molto spesso il pensiero si sviluppa con una serie di domande alle quali cerchiamo in maniera irrazionale di dare risposte che purtroppo non portano da nessuna parte. Una sorta di ricerca di risposte razionali a dubbi che invece sono irrazionali. Una spirale in cui l'unico vincitore è il dubbio, in quanto ci blocca e non ci permette di andare avanti. Il consiglio è semplice, sebbene in realtà molto complesso: dobbiamo smettere di rispondere a quei dubbi che ci bloccano. Smettere di rispondere ci aiuta a far cadere la domanda e a passare nuovamente all'azione invece di rimanere bloccati. Provate!
Se invece fossimo preda di una grande sensazione di paura, un esercizio molto utile è quello di calarsi ancora di più dentro quella sensazione di ansia. In questo caso si verifica un effetto paradossale in cui più cerco la paura che mi assale e più non la trovo, avvertendo addirittura una sensazione di miglioramento. Di solito dico che toccare con mano la paura porta a farla scomparire. Esistono comunque diversi espedienti terapeutici per affrontare e vincere le proprie paure, ed è difficile fornire una linea guida che vada bene per tutti e per ogni situazione, perché, come già accennato, ogni soggetto presenta modalità percettive-reattive peculiari.
In una recente intervista alla Coach Maddy Cope abbiamo riflettuto sul fatto che a volte la paura più forte non è quella di cadere, ma quella di fallire: cosa ne pensi?
Il fallimento nella nostra società è vissuto in maniera negativa, come qualcosa che scredita le nostre capacità e la nostra persona. Nella mia pratica clinica, ma anche in qualità di consulente e formatore, cerco sempre di promuovere una cultura dell'errore. Durante un corso di formazione un partecipante osservò che l'esperto non è il più bravo, ma colui che ha sbagliato molte volte. Solo passando attraverso il fallimento è possibile crescere. Ovviamente bisogna riconoscerlo, rifletterci, mettersi in discussione, solo in questo modo possiamo far fruttare l'errore e farlo diventare motore di crescita. Purtroppo in Italia e nella cultura occidentale la cultura dell'errore non è così diffusa, e in questo secondo me sbagliamo, perchè non ci concediamo di crescere sbagliando.
Secondo te è corretto dire che questi stati mentali autolimitanti sono più frequenti in chi arrampica da poco? Qual è la tua esperienza in merito?
Non sono d'accordo. Nel senso che anche in arrampicatori più esperti si rilevano a volte grandi difficoltà a livello mentale. Arrampicatori che arrivano al 7c oppure all'8a in falesia, che non riescono a salire vie a più tiri perchè bloccati dalla paura. Ovviamente non parlo di difficoltà tecniche, bensì mentali. La mente è preziosissima, allenarla è fondamentale per vivere l'esperienza dell'arrampicata (e non solo) in maniera stimolante.
Alcuni mesi fa sono andato in falesia con un amico che nell'ultimo anno è cresciuto molto. Aveva una giornata nera, è sceso da una via semplice senza riuscire ad aprirla, scendendo mi ha detto "arrampicata 1 - Michele 0". In realtà ho pensato che la vittoria e la sconfitta dipendessero solamente dal suo stato mentale, dall'approccio alla parete, dal lasciarsi travolgere dalla consapevolezza del momento: "oggi non sono in giornata e fallirò sicuramente". Ha vinto la mente, ma anche perso la mente.
Trasformare i limiti in risorse: possiamo farcela tutti?!
Si, certo! Ovviamente serve flessibilità di pensiero, bisogna mettersi in discussione, provare a lavorare sulla propria consapevolezza, cercando sempre di andare "oltre se stessi". Si, andare oltre l'ostacolo, superare leggermente la linea di comfort, quella linea entro la quale ci muoviamo senza problemi, tenendo sempre conto comunque delle proprie risorse personali e soprattutto dei propri limiti. Ti sembrerà paradossale ma è proprio così che funzioniamo, in maniera contraddittoria. Solo con un grande sforzo di volontà e motivazione possiamo andare oltre i nostri limiti, considerando comunque sempre i nostri obiettivi e le nostre capacità. Angela Duckworth dice che la differenza non lo fa il talento ma la "grinta", la nostra capacità di andare oltre ogni ostacolo credendoci veramente.
Se qualcuno volesse approfondire o chiederti una consulenza, dove può trovarti?
Chiunque avesse piacere di avere maggiori informazioni può consultare il mio blog: www.guidodacutipsicologo.it/blog e ovviamente seguire le mie pagine sui social: facebook ed instagram. Inoltre svolgo attività di studio come libero professionista a a Padova, Vicenza (Creazzo) e Treviso (Santrovaso), oppure anche online sulle principali piattaforme. Potete anche scrivermi a [email protected] o chiamarmi al 340.41.90.915. Vi ringrazio tantissimo per l'opportunità e spero di poter dare ulteriormente il mio contributo.











